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18/11/2025

Graffiti di guerra: verso una comprensione psicologica dei significati multipli sottesi all’epigrafia bellica

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Graffiti di guerra: verso una comprensione psicologica dei significati multipli sottesi all’epigrafia bellica

di Tiziana D'Orlando

 

Il significato socio-culturale: condivisione, senso di appartenenza e missione di vita.
La psicologia nasce come scienza avente per oggetto la natura della mente umana, la sua intrinseca complessità e il suo essere modellata dall’insieme dei processi storici e culturali in atto all’interno di una società in perenne evoluzione. L’indagine psicologica non potrà quindi prescindere dal contesto, lo “sfondo” in cui l’uomo è inserito in cui prendono forma motivazioni diverse basate proprio sull’interazione dinamica con l’ambiente storico, culturale e relazionale di riferimento. 
Gli studi pionieristici dello psicologo statunitense Jerome Bruner (1915-2016) nell’ambito della psicologia culturale hanno rivelato l’intima essenza dell’azione umana, orientata alla ricerca di significato, all’attribuzione di senso all’esistenza nella sua dimensione individuale e collettiva. Tale ricerca di significato si pone aldilà della biologia: pur riconoscendo la presenza di forti spinte fisiologiche appartenenti al nucleo rettiliano del nostro cervello, queste non sono sufficienti a spiegare lo scibile della motivazione umana, capace in molti casi di resistere strenuamente alle spinte biologiche pur di perseguire mete di valore elevato. 
Esempi tipici di motivazioni slegate dall’autoconservazione della specie sono i digiuni di matrice religiosa, fino all’estremo le molteplici testimonianze di coloro che hanno immolato la propria vita in nome di un definito sistema valoriale associato a un’ideologia religiosa, etica o politica. Tali evidenze mettono in luce la particolarità della mente umana, le cui funzioni cognitive superiori spiegano l’esistenza di fenomeni specie-specifici completamente assenti in altri mammiferi, gli organismi più simili all’uomo da un punto di vista evolutivo.  Nello specifico, l’azione intenzionale culturalmente calata rappresenta un fenomeno puramente umano che prende forma all’interno di scenari interattivi: l’individuo, durante l’intero sviluppo, partecipa attivamente a un processo di “ampia e pubblica negoziazione di significati collettivi” (Bruner, La ricerca di significato 1992), capace di spiegare quella varietà di comportamenti umani che, come precedentemente osservato, la sola biologia non riesce a giustificare. Bruner definisce “psicologia popolare” o “etnopsicologia” l’insieme delle categorie su base culturale che ci permettono di conoscere noi stessi e gli altri, costruire giudizi di valore e trarre conclusioni sul senso della vita. L’oggetto di tale psicologia popolare non potrà che essere “l’azione situata”, espressa cioè all’interno di uno scenario storico-culturale ben definito, dove quest’ultimo potrà offrire una risposta efficace al problema della motivazione sottesa a specifici comportamenti umani.

Alla luce di queste premesse, possiamo dunque costruire una riflessione circa la ricerca di significato nell’epigrafia di guerra. Nell’atto di incidere la nuda roccia e lasciarvi un segno indelebile, è possibile scorgere una motivazione sociale nel gesto individuale o collettivo “finalizzato alla condivisione del ricordo nell’ambito di una cultura, piuttosto che semplicemente ad assicurare un immagazzinamento individuale”, così come sottolineato nelle citazioni d’autore dello stesso Bruner. Il graffito rappresenta dunque una forma espressiva che transita dall’individuale all’universale: la soggettività del singolo o di un gruppo di militari è proiettata verso un intero reparto e, infine, verso il più ampio popolo di riferimento; e la condivisione dell’esperienza di guerra attraverso l’epigrafia si struttura presto in abitudine culturale, traversale agli eserciti contrapposti.
Possiamo immaginare questa pratica diffusa alla stregua di un rituale funzionale a creare coesione all’interno di un definito collettivo militare, a partire proprio dalla mentalità della condivisione del quotidiano impegno alla causa bellica.

“Italia per riprender le tue terre - per ridarti i tuoi figli - per accrescer la tua gloria - ogni fatica è lieve - ogni sacrificio è dolce ai tuoi fedeli sardi 1917-1918”. Meglio di ogni altro esempio, le sentite parole della lapide patriottica posta dalla “1454ª compagnia Mitragliatrici Fiat Sarda” in Trentino (cfr. scheda cod. 002982) spiegano in modo icastico il processo di attribuzione di significato sopra-descritto, quale bisogno esclusivo dell’uomo divenuto più che mai rilevante in eventi extra-ordinari e ad alta risonanza per un’intera comunità nazionale. 
Lo psicoterapeuta P. Quattrini sostiene che “ogni forma di cultura è un tentativo consapevole e responsabile di costruire un tessuto sociale sufficientemente robusto da riuscire a contenere le singole vite in una coesione presente del gruppo di appartenenza, appoggiata sul passato e proiettata nel futuro”, rimarcando come “la cultura è, in primo luogo, attribuzione di senso, ossia dell’importanza delle situazioni sul piano del senso e quindi della qualità delle esperienze”. Appare di chiara comprensione che fra le esperienze qualitativamente intense emergano quelle dei soldati, i quali non a caso le hanno “congelate” attraverso il rituale dell’incisione, fissando così nella mente e nel cuore il ricordo della partecipazione collegiale al corso della storia. 

Il significato emotivo: esorcizzare paure ataviche, nutrire speranza, elaborare il trauma di guerra.
Ricordi di battaglie, persone, reparti militari e momenti della vita in trincea stabilizzati nelle molteplici forme di graffiti rinvenuti sui luoghi della grande guerra s’accompagnano inoltre a una intensa carica emotiva. Tale emotività, che possiamo cogliere mirabilmente in alcune elaborate iscrizioni, esprime il panorama storico dell’epoca, connotato dalla frantumazione di un equilibrio, seppur precario, ad opera di una potente minaccia esterna di origine antropica, la guerra appunto. 
Le guerre - così come l’insieme delle catastrofi naturali, le malattie, gli incidenti e le varie forme di violenza fisica e psicologica - rientrano oggi a pieno titolo nella categoria dei "Grandi Traumi" riconosciuti e definiti all’interno del DSM-5, manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali: “un trauma è un evento che implica l’esperienza personale diretta di un evento che comporta morte o lesioni gravi, o altre minacce all’integrità fisica; o la presenza ad un evento che comporta morte, lesioni, o altre minacce all’integrità fisica di un'altra persona; o il venire a conoscenza della morte violenta e inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da una membro della famiglia o da altra persona con cui si è in stretta relazione”. 
Da ciò si può comprendere come l’esposizione reiterata alle sopracitate situazioni possa indurre potenti alterazioni psicologiche che, a livello clinico, si manifestano attraverso anedonia (incapacità di ritrovare la dimensione del piacere nella quotidianità) e disforia (profonda sofferenza), rabbia, aggressività e sintomi dissociativi (fuga dalla realtà o da sé stessi, amnesie, stati confusionali). All’interno di uno scenario altamente destabilizzante quale il primo conflitto mondiale, possiamo facilmente immaginare l’emergere tra i soldati di un forte bisogno di esprimere un’emotività insostenibile e attivare un parallelo tentativo di rielaborare il trauma di guerra. Cosa significa rielaborare? Integrare ricordi, specie dolorosi, all’interno di una cornice narrativa dotata di senso: non potendo cancellare il passato, possiamo solamente modificare la lettura che diamo agli eventi, riducendone l’impatto negativo nel presente. La ricerca di significato assume quindi un'altra importante sfumatura: non solo rafforzare il senso d’ appartenenza e d’identità a un gruppo, una comunità o un intero popolo, bensì avviare un tentativo d’integrazione del trauma bellico, ovvero di guarigione da vissuti traumatici. 
Ne sono esempi i numerosi monumenti commemorativi di commilitoni caduti sul campo di battaglia, interpretabili non solo come giusti  omaggi a eroi di guerra ma anche quali espressioni di un processo di elaborazione di perdita realizzato da parte dei compagni d’arme sopravvissuti e dalla comunità di appartenenza: “Raffaele Stasi tenente del 130° Fanteria - Medaglia d'Oro per fervido amore di Patria - Volontario di guerra - dopo innumeri prove di singolare ardimento - nell'ora della riscossa sull'altopiano conteso - andò di là dal prodigo incontro alla morte - se non fu dato agli umani rintracciare le sue spoglie mortali - qui  dinnanzi alle vette del suo sangue vermiglie aleggia il suo spirito immortale – Napoli 11·2·1896, Melette Davanti 22-11.1917”. Il testo del monumento dedicato alla memoria del Tenente Raffaele Stasi, localizzato sull’Altopiano dei Sette Comuni (cfr. dcheda cod. 002651), rivela il cordoglio di un collettivo che, a guerra conclusa, ha voluto conservare la memoria di un confratello e, al tempo stesso, liberare almeno in parte un’intensa emozionalità che deve poter essere canalizzata entro una forma capace di attutirne l’impatto. La lapide commemorativa diviene la forma per eccellenza in cui poter esprimere uno stato interno che preme per essere sciolto, come la stessa parola “emozione” ci rivela nella sua etimologia, dal latino emovere, “portare fuori”, allentando così, almeno in parte, un profondo disagio interiore.
Se innumerevoli testimonianze presenti sui luoghi simbolo della Grande Guerra rivelano dunque un processo a posteriori di rielaborazione di esperienze traumatiche, altre incisioni su roccia esprimono diversamente una “strategia di coping”, ovvero di fronteggiamento contingente dinanzi a una realtà umanamente devastante funzionale ad esorcizzare paure e nutrire speranza per un celere ripristino dello stato di pace. Nella commovente iscrizione “Mamma Ritornerò”, lasciata da un militare del 145° Reggimento Fanteria lungo una mulattiera di accesso al Pal Grande in Carnia (cfr. dcheda cod. 000150), possiamo proprio leggervi un messaggio di speranza e al tempo stesso un modo per allontanare dal sé l’ombra costante della morte, “signora e padrona” delle vite di giovani uomini condannati a un nefasto destino. Nel graffito “Addio casa mia”, inciso da un soldato diciannovenne sulle alture del Carso Monfalconese a non troppa distanza dalla prima linea (cfr. scheda cod. 000338), è facile cogliere la drammaticità insita nel mondo interno di un ragazzo che, probabilmente, stava cominciando ad avviare il difficile processo di accettazione e interiorizzazione della propria morte, vedendolo come un evento ordinario e inevitabile. Infine, l’iscrizione “Negli anni più belli i giorni più tristi”, rinvenuta a Passo Pramosio (Promosio) ed ora conservata presso il Museo della Grande Guerra di Timau (cfr. scheda cod. 001174), identifica il vissuto comune di una gioventù chiamata a sacrificare la propria esistenza in nome di una meta di valore esteriormente legittimata, ma forse intimamente vissuta come una condanna imposta, nell’impossibilità di scegliere liberamente il proprio futuro. Ancora una volta osserviamo un messaggio inciso per esprimere una vita emotiva devastante, caratterizzata da disperazione, rabbia e, in molti casi, rassegnazione dinanzi alla consapevolezza della precarietà dell’esistenza.

I graffiti di guerra, dalla semplice classe di nascita o nome proprio, fino alle iscrizioni più “narrative” e celebrative, passando per i simboli disegnati su “tavole naturali di pietra”, ci offrono una vetrina d’inestimabile valore su quella che fu l’esperienza viva del Primo conflitto mondiale, perlopiù tralasciata dall’asettica narrazione storica veicolata attraverso la didattica tradizionale. Di tale esperienza spetta a noi il compito di conservare la memoria attraverso l’importante opera di censimento e pubblica conoscenza, finalizzata a ripristinare quella splendida cornice di significati mirabilmente costruita da uomini non di rado umili, nelle cui semplici parole si legge la grandezza del loro spirito.

Riferimenti bibliografici essenziali
Bruner J. (1992), “La ricerca di significato – per una psicologia culturale” – Bollati Boringhieri.
Levine P.A. (2002), “Traumi e shock emotivi” – Macro Edizioni.
Mantini M. (2007), “Il racconto dei segni della Grande Guerra, alla scoperta del patrimonio nascosto lungo l'Isonzo, da Monfalcone a Plezzo” – Gaspari Editore.
Pascoli M. (2020), “Graffiti di Guerra. Un patrimonio storico nascosto tra le trincee del Primo conflitto mondiale” – Gruppo Storico Friuli Collinare Museo della Grande Guerra di Ragogna.
Quattrini G.P. (2011), “Per una psicoterapia fenomenologico esistenziale” – Giunti.
Shapiro F. (2013), “Lasciare il passato nel passato – tecniche di auto-aiuto nell’EMDR” – Astrolabio
Scrimali A., Scrimali F. (2007), “Graffiti e iscrizioni della Grande Guerra, dal Carso alle Alpi Giulie – Carniche. Le pietre parlano” - Stato Maggiore dell'Esercito Ufficio Storico.

CM - Compilazione e aggiornamenti

RuoloNomeData
FotoMarco Pascoli19/07/1998
FotoMarco Pascoli08/01/2015
FotoSergio Cassia03/10/2021
FotoTiziana D'Orlando, Marco Pascoli22/09/2022
FotoMarco Cantele, Luca Comparin, Giovanni Zanettin01/05/2025
RevisioneSergio Cassia, Marco Pascoli18/11/2025
AutoreTiziana D'Orlando18/11/2025

Gallery

  • a. Lapide patriottica della 1454ª Compagnia Mitragliatrici Fiat - Tiarno di Sopra
  • b. Monumento dedicato alla Medaglia d'Oro Tenente Raffaele Stasi - Monte Meletta di Gallio
  • c. Iscrizione "Mamma ritornerò" del 145° Reggimento Fanteria - Monte Pal Grande
  • d. Iscrizione "Bartolotti Angelo... Addio Casa Mia" - Quota 60 di Monfalcone (Gradiscata o Castelliere di San Polo)
  • e. Iscrizione "Negli anni più belli, i giorni più tristi" - Passo Pramosio
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